Testimoni - osservatorio didattico

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Didattica
Un'interprete dell'anima sarda: Gaetano Spinelli
   Il pittore Gaetano Spinelli è un solitario nella vita e nell'arte; e un "originale", tra gli artisti: un solitario e un originale appunto perché alla sua figura, non parlo ora della sua arte, mancano le caratteristiche esteriori di quella affettata originalità e, come dire?, solitarietà che sono spesso come un abito, quasi una risorsa professionale tra i cultori delle arti belle.
  Guardatelo, nella fotografia che, un po' a stento, egli mi ha concesso di riprodurre: è una diffamazione grafica, dice lui: eppure, anche a chi lo vede.... senza fotografia, l'ottimo Spinelli fa l'impressione, la prima volta, se non è nel suo studio e se non discorre d'arte, fa l'impressione d'un piccolo grasso borghese, dall'affettuosità un po' rumorosa, dal facile gestire, dalla facile loquela, soddisfatto di sè, innamoratissimo delle sue piccole comodità e del suo benessere fisico. Aggiungete a queste presunte (soltanto presunte, a dir vero!) qualità negative, la peggiore di tutte: egli è un professore: è, anzi, un bravo professore, che ama la scuola e gli studenti e consacra a quella e a questi, e alla correzione dei lavori, e ai "cinque" e ai "sei" dei registri e degli scrutini e a mille altre cose pochissimo intellettuali e pochissimo divertenti, la miglior parte del suo tempo e delle sue energie: ed è anche tanto reputato, come professore, che il Ministero lo manda volentieri su e giù per l'Italia a fare ispezioni a colleghi più giovani e meno provati.  Non gli manca, insomma, che l'eleggibilità all'ufficio di capo d'Istituto (e chi sa che non abbia anche quella modestamente dissimulata tra le pagine di qualche vecchio Bollettino del Ministero dell'Istruzione!), perchè si possa dire che tutti gli aspetti della burocrazia delle nostre scuole medie si assommano nella sua persona rotonda e pienotta.
   Come intravedere, attraverso questa scorza rude e tutta imbastita di prosa, una calda, squisita, impetuosa anima d'artista? E' un'anima che non si manifesta di primo acchito. Ha quasi il pudore a manifestarsi: i suoi entusiasmi tormentosi, la sua fede inconcussa, la sua sete inesausta di verità e di bellezza gli sembrano, forse, cosi poco conciliabili con quella sua esteriorità, che egli teme di guastarle parlandone. Ma quando ne parla, è un altro.
Ha il candore d'un fanciullo, il fervore d'un apostolo, gl'impeti e il rispetto religioso di un innamorato che sia al suo primo amore.  Diventa eloquente. Una volta, senza pensarci e quasi senza   accorgersene, mi uscì in una formula: "sentire, sentire, sentire: questo é l'arte". E veramente nessuno avrebbe avuto maggior diritto di lui, di esprimersi cosi. Quando con gli occhi della mente persegue un fantasma luminoso egli sente, davvero.
II suo buon faccione di  provinciale pacifico ne è trasfigurato: qualche cosa di puro e di gagliardo, di austero e di ingenuo vi passa sopra: e son come tanti battiti d'ala di quei divini angeli del Purgatorio dantesco. E quando il suo petto non può contener più la piena della commozione, sembra che il respiro gli manchi e il sangue



gli gorgogli in una specie di rantolo affannoso: e poi il suo affanno si scioglie in un grido buono e infantile come infantile, in quei momenti, la sua anima: "mamma mia!" - un grido che quasi di prammatica, e gli sale su su, violentemente, come dal fondo del cuore.

  Qualche volta, l'ho sentito legger dei versi: e confesso che pochi, forse nessuno dei tanti professionisti della declamazione sanno trovar come lui la via del cuore. Ricordo una sua lettura: una lettura senza pubblico, intendiamoci; tutta per me: o piuttosto, che importava, a lui, che ci fosse uno spettatore? il mio amico Spinelli leggeva proprio per se con l'egoismo inconscio e raffinato degli esteti, leggeva per la sua anima, per il suo bisogno prepotente di bellezza. II volume: il secondo delle Laudi del d'Annunzio; la poesia: Per la morte di Giovanni Segantini.
Spenti son gli occhi umili e degni ove s'accolse l'infinita Bellezza....
  A questo punto, il mio dicitore s'interruppe: "Mamma mia! Umili e degni. E' ineffabile il contenuto di queste due parole semplici. E' ineffabile: io lo sento. Non tutti, non sempre siamo degni di contemplar la natura. Degni, veramente, soltanto pochissimi spiriti privilegiati da Dio. Ma anche se il privilegio, per dono divino, fosse allargato, e tutti noi ne partecipassimo, anche allora saremmo degni soltanto a condizione d'essere infinitamente umili, come davanti a un grande mistero. Quanta umiltà, dovrebb'essere in noi! E davanti alla natura, intendi, non nelle sue sole manifestazioni complesse, negli spettacoli orridi imponenti incantevoli che a volte ci offre: davanti al mare, che so io, davanti a un tramonto, davanti a un gioco luminoso di raggi solari nelle nevi intatte delle montagne, davanti a un viso celestiale di donna. No, no. Lo stesso rispetto, la stessa umiltà anche davanti alle minime cose: un'ombra, un fiore, una mano. Anche davanti a quelle linee semplici che facciamo riprodurre come esercizi elementarissimi ai principianti. E sempre lo stesso divino Artefice, che noi osiamo imitare; e se non Lo sentiamo anche ne' più piccoli frammenti della Sua opera, se non Lo sentiamo, che stolto ardimento è il nostro?"




  Questa religione dell'arte, Gaetano Spinelli l'ha respirata in casa sua, fin dalla prima infanzia. Il suo primo maestro è stato suo padre, Francesco, un pittore valoroso e poco conosciuto che passò la lunga vita operosa a Bitonto, sua patria, modestamente. E a Bitonto è nato anche il nostro Gaetano, circa trent'anni fa; qualche cosa più che trenta, veramente; ma non so se egli abbia anche la civetteria di dissimulare l'età come avrebbe, se non fosse un uomo di spirito, quella di dissimular la calvizie e la pancia già più che incipienti. I pettegoli di oggi e gli studiosi di domani — voi non sapete, i pettegoli della posterità si chiamano "studiosi", o, con una parola ancor più pretensiosa, "eruditi" - potranno trovar la data precisa, del resto, nei ruoli d'anzianità del Ministero della Pubblica Istruzione: una "fonte" preziosa, per tante notizie!

  Ma torniamo a Bitonto. Lo Spinelli ricorda spesso con commozione, nei suoi discorsi, gli austeri insegnamenti del babbo suo; l'austera vita di raccoglimento di cui il valentuomo dava, a lui e ai suoi fratelli, ora stimati professionisti, l'esempio: e ricorda religiosamente la sua mamma, da tanto tempo ora morta anche lei, la cui vita é stata tutta un affettuoso e silenzioso sacrificio per la vita dei suoi. Il padre non avrebbe voluto fare, anche del suo Gaetano, un pittore: lo mandò all' Istituto Tecnico, forse per cavarne fuori un ingegnere. Ma al giovanetto andavan più a verso i pupazzetti che la matematica, e alla fine (c'è stata anche di mezzo una bocciatura in questa benedetta materia; ma è meglio non dirlo) alla fine, col consenso dei suoi, Gaetano ha sostituito, all'Istituto Tecnico, l'Istituto di Belle Arti di Napoli, al professore di matematica il Morelli: quanto miglior atmosfera, per lui, quanta maggior comunione di spirito col suo nuovo Maestro!
  Compiuti poi gli studi all'Accademia Albertina e al Museo Industriale di Torino, lo Spinelli entrò nell'insegnamento: una brevissima tappa nella Scuola Tecnica di Bitonto e nell'Istituto Tecnico pareggiato di Catanzaro; poi. l'ingresso "in ruolo" negli Istituti Tecnici governativi: Sassari, Palermo, Firenze.
  Sassari fu la città che più colpì lo spirito dello Spinelli:   il giovane artista, nella pienezza del suo entusiasmo, amò e sentì profondamente l'anima selvaggia della Sardegna, questa regione mite e fiera, dai tragici scoramenti e dagli impeti generosi. Per due anni, Sassari fu la sua "residenza" e i dintorni della città la meta delle sue gite; per tutte le estati successive la Sardegna, specie la sua provincia più settentrionale, lo ha immancabilmente riveduto, pio pellegrino dell'arte, instancabile esploratore dei borghi più remoti.

 In questo modo, lo Spinelli è divenuto il pittore della Sardegna, così come il Ciusa ne è lo scuttore, e una scrittrice più largamente conosciuta, Grazia Deledda, ne è la poetessa, la delicatissima interprete nell'arte letteraria. E a qualche accorata novella della Deledda fan pensare certi quadri profondi nei quali lo Spinelli, con la sicurezza di disegno e con la vigoria di colorito che è sua, ha presentato alcuni aspetti dell'intima tragedia dell'anima isolana.

Profondo e complesso, è il quadro Nell'ombra di Sardegna, dipinto a Torralba, in provincia di Sassari, nel novembre 1913. Sono tre donne in lutto, che seggono vicine, forse a una veglia funebre. Si trovano insieme per il dolore che le accomuna; ma quanto raccoglimento in ciascuna di loro, malgrado questa unione; quanto è isolata, ciascuna,
nel proprio grande dolore! Ecco a sinistra, accovacciata, la figura della donna più anziana: figura ossuta, adunca, che ha qualche cosa di spettrale: il suo sguardo ha una fissità che ti ferisce come la punta di un pugnale. Più austera, composta, più rigida, con lo sguardo trasognato e intento, la figura di mezzo sembra sentire il suo dolore come una inesprimibile fatalità: è veramente, essa, una figura mirabile. E a destra una giovanetta, che sembra sognare. C'è in lei più mollezza: il dolore le pesa, ma non estingue nel suo corpo accasciato una favilla di desiderio. Lo Spinelli, che si compiace del giudizio degli umili, mostrò il quadro, terminato, a una delle sue modelle, quella che gli aveva servito per la figura centrale. Nella povera donna la sorpresa per la rapidità del lavoro - poiché lo Spinelli è veramente di una sveltezza diabolica, quando disegna e quando dipinge, e vive e sente e freme, in quei momenti, con una straordinaria intensità: è un altro uomo - questa sorpresa, dico, fu solo superata dalla commozione: "Est una cosa chi podede essere" (è una cosa proprio vera, é proprio proprio cosi), esclamò piangendo: e non si stancava di guardare il quadro e di piangere.

  Ma vogliamo sentire, ancora, i giudizi degli umili? E' un vecchio contadino sardo, che davanti al quadro Dies mei sicut umbra, una triste figura di donna seduta immobile, sotto il peso di un cupo dolore, esce a dire: "Questa, questa é l'anima della Sardegna". Ma continuare su questo tono sarebbe come riportare una serie di attestazioni mediche sul pregio di uno specifico o una collezione di
"buone referenze"; e allora meglio varrebbe citare i nomi di critici illustri od egregi che parlarono con simpatia o con ammirazione dello Spinelli: dal che mi astengo deliberatamente, perche il mio scopo è solo di fare un po' compagnia, molto alla buona, a quei lettori che han piacere di "far la sua conoscenza": e questa "conoscenza", perchè sia alla buona, è meglio farla senza preoccupanti presentazioni. Da presentazione, semmai, avran servito già, in tal forma molto semplice e genuina, le illustrazioni di quest'articolo. E con la scorta di esse, continuiamo.
 Mora di macchia é un fiore di donna, non più freschissima, ma nella pienezza del suo splendore: alta, flessuosa, forte, dalla bocca sensuale, dagli occhi neri profondi tristi. E' la moglie di uno dei tanti emigrati in America: ha con sè, quasi abbandonato tra le braccia, il suo bambino dormiente; ma lo sguardo, il pensiero della bella donna son lontano, lontano. L'ottimo Spinelli, mentre indugiavo a guardare il quadro, me ne discorse: del quadro, e, più, della modella. "Si chiamava Margherita" dice con un mezzo sospiro, (ah, mezzo sospiro birichino!), "ed a stata la donna che mi ha colpito di più". Io guardo il mio interlocutore, a questa confessione: egli si adombra, si fa serio; non vuol che si fraintenda sul significato del suo interessamento. E racconta, lungamente, come la bella contadina fosse restia a posare: e come solo dopo lunghe trattative, sottostando a condizioni gravose (qualche volta, per ottenere che una donna posasse poche ore, in quei villaggi sardi dove lo consideravano con istintiva diffidenza perché pittore e perché forestiero, dové prestarsi a far gratuitamente il ritratto a tutti i membri della famiglia!), solo grazie alle intercessioni del sindaco, del parroco, del pretore e di qualche "notabile", poté vincerne la ritrosia, e averla davanti a se, e ritrarla.
  Ed ecco un'altra caratteristica figura sarda: un Uomo di Barbagia (1914); fiero come un brigante e mite come un fanciullo: ha le mani una sull'altra, come in attesa. Che attende? pane, forse, redenzione, vita nuova: o attende anche lui, come la "mora di macchia" qualche assente?
Ecco tutta Luce, nel vano di una finestra, una donna incinta, Nell'attesa (1914). Il suo sguardo velato di malinconia ha una dolcezza strana; ed è luce tutt'intorno a lei, luce nello sfondo, una vallata verdeggiante e una montagna con gli alberi in fiore.
Ecco altre scene sarde: Fra ceste e culle, quadretto dipinto a Sennori (Sassari) nel 1905,
Dolore, dipinto a Bono (Sassari) nello stesso anno, In chiesa, disegno fatto a Ploaghe
(Sassari) nel 1912. Ma se la vita sarda e stata per Gaetano Spinelli la principalissima fonte
d'ispirazione, egli non ha già voluto esser cieco e inerte quando e stato altrove. A Marina di Carrara, ad esempio, ha dipinto, con bella sicurezza di linee, Le renaiole (1911), e La nidiata (1911) nella quale è qualche figurina delicatissima. A Manfredonia, due bimbe colte in atto affettuoso gli hanno suggerito un delizioso bozzetto, Mammina (1910).
Il titolo di questo lavoro mi serve a passare opportunamente a discorrere d'alcune cose recenti nelle quali l'anima buona di Gaetano Spinelli si esprime con singolare eloquenza.
Son disegni a sanguigna di grandi proporzioni, "buttati giù" alla brava, in una o due ore di lavoro febbrile, ai quali l'autore, dopo averli tratteggiati, mostra di non pensar quasi più. In tempo non maggiore (risorsa invidiabile per lui e.... per chi posa) egli fa, sempre a sanguigna, dei ritratti che son miracoli di rassomiglianza e di espressione. Se si dedicasse a questa forma di attività, diventerebbe presto un capitalista, perchè pochi hanno i requisiti, come egli li ha, per essere pittori di ritratti "alla moda".
Ma torniamo ai disegni che si possono riconnettere con Mammina. Ne scelgo due, e vorrei che i lettori indugiassero a considerarli. Una mamma che stringe a se, quasi con frenesia, il suo bimbo, e gli preme la guancia contro la guancia, e una mamma che al suo bimbo da il latte, e s'indugia a contemplarlo, in atto di infinita dolcezza. Son disegni vigorosi, sicuri, profondamente animati: in essi, qualche cosa che non si dimentica: c'e un divino sentimento della maternità, che li avviva. Bisogna accennar qui a un particolare biografico, in questa che non è e davvero non vuol essere una biografia di Gaetano Spinelli. Egli ha sposato una signorina sarda, ed è il migliore dei mariti e il più tenero e il più entusiasta dei papa. Questo basta a spiegare come egli abbia saputo cogliere felicemente la poesia viva e schietta della maternità e della vita famigliare. Alla sua bambina avrà fatto cento volte il ritratto, e cento volte glie lo rifarà.
E son ritratti nei quali rimane sempre consacrato qualche aspetto dell'animuccia infantile di Luisella: son frammenti di un piccolo grande poema intimo che gli si vien determinando nei cuore. L'arte dello Spinelli si va facendo così più penetrante e sicuramente analitica: e il capolavoro, il quadro immortale che farà dimenticar tutti gli altri quadri e tanti altri quadri ancora, sarà Luisella, la bimba ridente che ancora non compie l'anno, a farglielo fare.
Eppure, a chi gli dicesse che e impossibile che sappia ritrarre quell'amore di bimba, che tutti i suoi ritratti non sono che scarabocchi in confronto del visetto di lei, egli sorriderebbe ringraziando e consentendo con convinzione, come se gli si dicesse una cosa lusinghiera: l'artista, naturalmente, batterebbe in ritirata, senza nemmeno l'onore delle armi, davanti al "papà". E a chi poi gli dice, per fargli un complimento (ed è proprio un complimento, ve lo assicuro, molto più complimento per lui che per la bimba), che Luisella gli somiglia tanto tanto, egli sorride ancora, e ancora ringrazia e consente beato; poi, lisciandosi la testa calva, aggiunge con po' di nostalgia: "Si, ma ha i capelli!"
Giovanni Ferretti






















Giovanni Modugno

Molto opportunamente Domenico Saracino pubblica questo saggio [Giovanni Modugno, Politica cultura e spiritualità in un cercatore di Cristo, Stilo 2006] sulla vicenda di vita e di pensiero di Giovanni Modugno, avendo avuto la fortuna di conoscerlo e di essere stato direttamente coinvolto nell’esperienza formativa di un maestro che fu un critico formatore di coscienze e profeta di nuovi tempi, soprattutto un uomo mosso da un’ansia di verità e dal coraggio di esprimerla, oltre che un sostenitore convinto dell’educazione mirante alla costruzione della persona e della società.
   Nato nel febbraio del 1880 a Bitonto, Giovanni Modugno fu un uomo tutto proiettato nella difesa della dignità umana, prima con una energica azione di tutela dei contadini lottando perché uscissero dalla situazione di miseria e di subalternità in cui versavano; poi, con la ricerca di una giustizia sociale attraverso la democrazia la cui idea forza è la promozione di tutti i membri di una collettività, che si attua, peraltro, attraverso la concezione di una politica quale mezzo di educazione morale del popolo, una politica autenticamente riformatrice che, nella visione del nostro, non può prescindere dall’umanesimo cristiano.
  
[image:image-1]  L’ardore intellettuale, la grandezza socratica, il rifiuto di ogni compromesso con il fascismo imperante, la sicura delineazione di un metodo e di una didattica dell’educazione emergono un po' diffusamente nelle sue diverse opere. Ma fu soprattutto la scoperta dello spiritualista tedesco Förster a spingerlo verso una maggiore attenzione all’educazione della persona, rendendo ancor più vigoroso il suo impegno per la costruzione di una nuova democrazia, capace di subordinare gli interessi individuali e determinare l’elevazione del popolo denunciando i pericoli del materialismo e dell’intellettualismo.
   Solo nel cristianesimo, sinceramente e concretamente vissuto, è per Modugno la salvezza dalla crisi spirituale del proprio tempo, riuscendo a intravedere, nell’acuta e profonda diagnosi försteriana del prussianesimo anticristiano, un’analoga diagnosi del male che ammorbava l’Italia fascista e che, poi, l’ha condotta alla più spaventosa rovina che ricordi la storia. «Nella crisi della politica mondiale – scrive Modugno a Förster nel Natale del 1946 – la salvezza era ed è nell’introdurre lo spirito di Cristo nel terreno politico-sociale, nel rispettare i diritti altrui e la dignità dell’uomo. Solo in questa atmosfera cristiana è possibile la comunità culturale cristiana, la quale è non il crollo, ma il coronamento della vera vita nazionale; solo così si può combattere alla radice il nazionalismo pagano che rende gli uomini egoisti, gelosi, ciechi per gli interessi altrui, privi d’amore, di pace e di desiderio di coordinazione delle antitesi. Occorre far comprendere a chi vede nell’educazione religiosa il pericolo di una opprimente coercizione che tale timore, nel quale si cela una esigenza profondamente cristiana, è del tutto infondato giacché il cristianesimo non si subisce, ma si accoglie nel più profondo dell’anima».
   Il futuro è nelle radici cristiane, è nella provenienza comune dall’unico ceppo cristiano che ci raccoglie e ci unifica molto più di quanto non ci diversifichi ogni successiva diramazione, come ci ricorderà più tardi il santo vescovo don Tonino Bello. Ed era proprio in forza di questo ceppo che potè consolidarsi la grande amicizia e la reciproca stima tra Salvemini e Modugno, entrambi rappresentanti di un nobile dissenso sociale e politico, ma sostenitori convinti della dignità della persona umana e di un’etica della responsabilità.
«Credo solo nel Critone di Platone e nel Discorso della Montagna. Questo è il mio socialismo e lo tengo inespresso nel mio pensiero perché a esprimerlo mi pare di profanarlo», scriveva Gaetano Salvemini nel 1947, lo stesso anno in cui sulla rivista «Belfagor» pubblicava una lettera aperta indirizzata al suo amico Modugno, “un cattolico sincero”, nella quale tra l’altro scrive: «Io stesso, quando debbo spiegare quali sono le basi della mia fede morale, rispondo senza esitazione che sono cristiano. E se la gente mi domanda che mi spieghi meglio, dichiaro che sono cristiano perché accetto incondizionatamente gli insegnamenti morali di Gesù Cristo e cerco di praticarli per quanto la debolezza della natura umana me lo consente […] le mie idee morali si trovano tutte nella filosofia storica prima che Cristo nascesse. Cristo ne aggiunse una nuova, quella della carità. Poi vennero i teologi a fabbricare intorno ai suoi insegnamenti un catafalco di dogmi. Io mi sono arrestato all’anno della crocifissione […] sono persuaso che tu sei stato sempre e sarai sempre un galantuomo, quale che sia la dottrina a cui hai creduto di dover aderire in questi lunghi anni di dolore. Data l’importanza essenziale che io do, e ho sempre dato, al problema morale, puoi ben comprendere se sono contento che su questo terreno l’unità spirituale tra te e me non sia mai stata spezzata dalla lontananza, dagli anni e dal forzato silenzio […] vi è un vasto territorio sul quale possiamo camminare oggi, come ieri, tenendoci la mano […] il mio sogno sarebbe di camminare con te a braccetto finché rimanesse lena a te per predicare le tue idee religiose e morali, e a me per predicare le mie idee morali senza religione».
   A Gaetano Salvemini, che aveva sostenuto come candidato nel Collegio di Bitonto nel 1913 perché difendesse in Parlamento i cafoni del Sud, e del quale ammirava in modo speciale l’ardore con cui pronunciava gli ideali della libertà, della giustizia e della pace, il metodo salutare dello studio coscienzioso e serio dei problemi concreti, l’assoluto disinteresse («che era ed è straordinariamente raro tra gli uomini politici»), con finezza e fermezza Modugno rispondeva dicendosi convinto che gli ideali di libertà, di giustizia e di pace, e una compiuta educazione non sono attuabili senza una concezione cristiana e coerentemente vissuta. «Siamo dunque sempre d’accordo – scrive tra l’altro – nell’accettare incondizionatamente gli insegnamenti morali di Gesù Cristo; ma, mentre Lei si ferma alla morale, io seguo anche la religione cristiana e, precisamente, il cristianesimo cattolico. Ciò che per Lei è ingombrante sovrastruttura, per me è, tra l’altro, un mezzo prezioso per vivere coerentemente gli insegnamenti del Vangelo […] non basta accettare e insegnare i principi morali e religiosi del cristianesimo cattolico: occorre anche, e soprattutto, attuarli e insegnare ad attuarli coerentemente in tutte le manifestazioni della vita […] quando io dico che il “cristianesimo cattolico, mentre deve saper dire a tutti una parola buona in difesa della giustizia sociale, deve tra i ricchi e i poveri, tra i forti e i deboli, tra i prepotenti e gli oppressi, essere coi poveri, coi deboli, cogli oppressi per aiutarli a rivendicare i loro diritti e per difenderli contro il pericolo di diventare a loro volta ingiusti e prepotenti”».
   È, dunque, nelle radici cristiane che il nostro Modugno vede il futuro perché si possa essere operatori di pace, perché si sappia condividere l’esperienza dolorosa della gente, perché non si di-sdegni la prossimità, perché si sappia vivere la politica come servizio e come dono di sé e della propria umanità, perché si sappia guardare alla città dell’uomo in una logica di solidarietà attiva parametrata sul concetto di benessere solidale, perché si sappia vivere da cristiani ed essere capaci di farsi testimonianza.
   Quella testimonianza di vita cristiana che seppe offrire Giovanni Modugno, il quale sentì l’amore come eterna relazione, costante divenire, dimensione di privazione che tende a risolversi col tendere alla pienezza, un amore che si realizza come propensione fraterna verso il fratello, nella disposizione al servizio e al sacrificio di sé all’altro.
   Il suo fu un continuo schierarsi dalla parte dei deboli e degli ultimi, saranno stati i contadini della sua città, sarà stato il suo impegno civile e politico che, da un lato, portava ad accordare un alto valore ai doveri della vita quotidiana, dall’altro a porre attenzione alla difficile quotidianità della povera gente avendo di mira la costruzione di una nuova democrazia e una educazione morale capace di determinare una crescita umana e culturale. Un guardare, illuminato dalla parola del Vangelo, all’uomo integrale, alla dignità della persona, sorretto dalla luminosa certezza che si è tutti fratelli in Cristo che è carità, è amore.
  È questo il suo realismo spiritualistico, il suo cristianesimo inteso come il fondamento della legge morale; di qui derivò la sua capacità di vegliare in modo solerte e carico di sollecitudine nella notte della democrazia, e saper forzare l’aurora a nascere col suo spirito di ricerca della verità e il suo impegno volto alla promozione della giustizia e della solidarietà. Le pagine che seguono, anche attraverso scritti inediti, permettono la chiara ricostruzione di una biografia e di un pensiero etico-politico ed etico-religioso di un uomo che fu un instancabile apostolo nella educazione intesa davvero nel suo senso etimologico di capacità di “portar fuori”, fuori da una vecchia staccionata che impedisce di sapere o potere andare oltre, mentre con essa si acquisisce il coraggio dell’esodo e, dunque, il rifiuto della staticità sonnolenta.

Nicola Pice

  Leonardo Cambini nato a Livorno il 26 aprile 1882, laureato in lettere e diplomato in Filologia; presente a Bitonto il 22 ottobre 1913 quale componente del gruppo dei professori inviati dalla Federazione degli insegnanti medi per sostenere il Salvemini nelle elezioni locali, è docente al momento presso la R. Scuola Normale Maschile "L. [image:image-1]Fibonacci" di Pisa (in precedenza aveva insegnato a Nuoro, a S. Maria Capua Vetere, a Perugia); studioso assai versatile di letteratura italiana, si occupa delle Visioni sacre e morali di Alfonso Varano, del Monti, e della fortuna di Dante nel '700 nel suo Il pastore Aligerio, ed. Lapi di Città di Castello 1913; notevole è anche il suo ‘Epistolario di guerra'. Sottotenente della Milizia Territoriale, è gravemente ferito nella I guerra mondiale sulla Meletta di Gallio; muore ad un mese dal ferimento a Campobasso il 12 gennaio 1918.

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