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Cultura
Publio Cornelio Tacito, LA GERMANIA. Dall’Impero romano al Terzo Reich tra civiltà e barbarie. Curatore Nicola Pice, Stilo Bari 2014.

Quanto ancora può essere attuale un testo della letteratura latina? Non è forse la qualità intrinseca di un classico quella di saper parlare a ogni epoca, veicolando significati universali?
La Germania di Tacito è un testo nato per descrivere i barbari che premevano ai confini settentrionali di un Impero ormai in decadenza, per far sì che i Romani imparassero a conoscere le temibili popolazioni che avevano inflitto l’indimenticata sconfitta di Teutoburgo.
Ritradotta (male, a dire di Gramsci) da Filippo Tommaso Marinetti, l’opera di Tacito è stata strumentalizzata dal nazismo, che la considerava manifesto della purezza germanica.
L’introduzione di Nicola Pice racconta due millenni di interpretazioni della Germania, e la sua traduzione (con testo a fronte) è arricchita da note esplicative e da suggerimenti etimologici: il tutto per una lettura su più livelli di approfondimento, ciascuno godibile e in grado di arricchire il lettore.

 Scardaccione Eugenio, Tu semini. Io raccolgo. Genitori in gamba non si nasce, si diventa, Progedit Bari.

 Nell’omerica Odissea, Telemaco esprime il più elevato desiderio che il cuor suo potesse mai coltivare: “Se tutte cose /Succedesser a’ grado de’ mortali, /Del padre chiederei prima il ritorno” (XVI,174-176 trad. I. Pindemonte). In tanti sono oggi coloro che  attendono il ritorno del padre. Ma egli, almeno nella dimensione storicamente nota, sembra essersi evaporato del tutto. E dal mare, i nuovi Telemaco attendono di vedere ritornare il padre, ma non già l’eroe vittorioso l’invincibile capo, ma il fragile testimone che trasmetta ai figli precari e senza futuro un senso della vita, mediante la responsabilità delle scelte che si compiono,  nella consapevolezza che “nessun padre … ci potrà mai salvare, nessun padre potrà risparmiarci il viaggio pericoloso e senza garanzia dell’ereditare”.  (M. Recalcati)
  Nella concretezza della vita di ogni giorno, il padre;  è quanto testimonia il volumetto dell’amico Gegè  attraverso una bonaria riflessione sulla genitorialità responsabile per cui si è padre e madre non per caso. Egli sembra partire da un lontano-vicino, dalla saggezza che viene da una cultura che si matura nel tempo. Non è un caso, dunque,  il suo riferirsi  alla tradizione indo-tibetana.

[image:image-1]  Ero a Roma  nei primi giorni del  2010, testimone di una forte iniziativa di pace:  nella galleria Alberto Sordi  quattro  monaci tibetani prostrati sul pavimento, da giorni intenti con forte concentrazione emotiva e paziente minuzioso lavoro,  realizzavano il "Mandala della pace universale", un’autentica opera d’arte metafora dell'impermanenza.  Non mi capacitavo, quindi, al loro intento di procedere poi alla dissoluzione  in polvere di quell’opera costata si tanta fatica solo per simboleggiare la natura transitoria della vita materiale; e diffidente, sorridevo alla distribuzione dei granelli colorati di sabbia, tristi avanzi di un impegnativo lavoro in un solo momento dissolto, offerti  in sacchettini quale augurio di pace e saggezza universale,  perché receda la sofferenza e la negatività sia scacciata.
 Tale filosofia di vita è ripresa e spiegata nel libro con sottile ironia e sorridente pazienza: nel descritto di Scardaccione un utile esercizio di cui ci si può servire, per creare spazi ideali tutti per sé, indispensabili  per rilassarsi  riflettere esplorare aprire nuove  vie creative nella quotidianità singola e familiare. Mediante i disegni – mandala e l’immaginifico, il creativo  e il colorato che li connotano, a chiunque è offerta l’occasione per esplorare il proprio mondo interiore in modo persino diversificato nel tempo e nelle occasioni.
 E da questi disegni di trama mandalica e dalle meditazioni che essi sottendono, è scaturito un processo ricostruttivo e rifondante dell’essere genitori oggi, conseguenza dell’essere famiglia e scuola insieme. Un pensiero sfuggente all’assolutismo argomentativo che crea muri e steccati di incomunicabilità e di incomprensione con le nuove generazioni, con i nostri figli che chiedono invece “di essere ascoltati, compresi, che desiderano e chiedono in varie maniere di crescere, fare esperienze, esplorare, talvolta anche di sbagliare, per capire….”.  Un’esortazione che ritrovo nel recente romanzo di Paola Mastrocola, Non so niente di te: “Forse è proprio questo, papà. Dovreste essere curiosi, voi genitori, molto curiosi dei vostri figli. Morire dalla curiosità di vedere come diavolo andrà a finire. Invece siete sempre così scontenti, così incontentabili. Sembra che conosciate già tutto. Non vi lasciate sorprendere. Peccato.  Vi private di una grande felicità”.
  Di qui  una serie di considerazioni  suggerimenti di presenza-assenza nella vita dei figli svolti col sorriso fiducioso nel valore della parola, del gesto, dell’azione che quale seme buono fruttifica.  L’ottimismo non di facciata vela in forma composta e pudica ma senza trascurarli  gli errori che pur si commettono, che creano imbarazzi e difficoltà nei figli. E per fortuna ci sono figli come Elisa, sempre disponibili al confronto e nello stesso tempo gelosi del proprio volo spiccato in convinta autonomia.
  E allora pare di concludere  che padre oggi non è né può più essere colui che esprime l’ultima parola quella definitiva e sanzionatoria (padre padrone), ma chi sa porgere la parola e anche perdere il potere di dire l’ultima parola.


Michele Ruggiero


Virginia Virilli, Le ossa del Gabibbo, Feltrinelli Milano

..... Le ossa del Gabibbo è un romanzo di formazione diviso in tre parti ognuna delle quali corrisponde ad un’età della protagonista, Virginia, che, alla fine del romanzo, proprio grazie alle esperienze che in esso racconta, costruisce, non senza fatica e dolore, il suo modo di essere e di relazionarsi al mondo che la circonda. Attraverso il percorso di crescita di Virginia vengono analizzate le diverse fasi della sua vita: la curiosità e la spensieratezza della fanciullezza; le difficoltà, le angosce e i conflitti dell’adolescenza; le prime dolorose consapevolezze, le inquietudini e le responsabilità dell’età adulta.
Il fil rouge del romanzo è la malattia della madre di Virginia, chiamata, per gioco, sempre con il suo cognome, Picozzi, una giovane donna bella, intelligente, realizzata nel lavoro e nella famiglia, malattia che stravolge le vite dei protagonisti e soprattutto quella di Virginia, sua figlia bambina, la cui crescita deve necessariamente fare i conti con la tragica realtà della sclerosi multipla della madre. Virginia cresce contemporaneamente alla malattia di Picozzi che, gradualmente, la trasforma in un vegetale, un semplice oggetto di cui prendersi cura, senza coscienza, senza volontà. Ci sono brani struggenti in cui tutto il dolore della donna malata emerge prepotente, insieme al rifiuto della malattia, respinta fino alla fine come un invasore. Altrettanto struggente è il dolore della figlia per la sofferenza della madre, amata profondamente. Non si indulge mai, tuttavia, nelle pagine del romanzo, alla compassione smielata ed il tono del racconto rimane sempre di grande dignità.

Virginia è di intelligenza vivace, ha una grande capacità di analizzare e comprendere il mondo che la circonda, cerca di superare le apparenze, per cogliere la complessa essenza delle cose. È a tratti fragile, ma sa essere combattiva e non ha paura di lasciarsi attraversare dalla vita, che vuole sperimentare pienamente, come sua madre, purtroppo, non ha potuto fare: è come se solo la sua capacità di abbracciare la vita possa assicurare il riscatto dalla malattia della madre...

Orietta Limitone

da:http://www.puglialibre.it


Dalla Biblioteca
Presenza di Seneca il Retore tra i rotoli di Ercolano

Al di fuori delle mura di Ercolano,  sorgeva una delle più belle ville di età romana con vista  sul golfo di Napoli,  oggi denominata dei Papiri o dei Pisoni;  in essa sono stati custoditi  1000 papiri seppur carbonizzati, una  vera biblioteca,  con una altrettanto ricca collezione di statue di bronzo e di marmo. Diversamente  da altre raccolte che il tempo ha distrutto,  quella di Ercolano paradossalmente è stata conservata  dell’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. Padrone di casa è ritenuto  Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare e protettore del filosofo Filodemo di Gadara che qui istituì la preziosa biblioteca; si ritiene infatti che  le opere ritrovate siano state scritte dal filosofo per uso personale.
Dalla biblioteca  della villa dei Pisoni rinviene  un papiro (P. Herc. 1067)  con il testo di un'orazione politica, “Oratio in Senatu habita ante principem”, dapprima attribuita a Lucio Manlio Torquato, oggi invece considerata parte dell'opera storica di Seneca il retore, padre del filosofo, alla quale  lavorò negli ultimi anni della sua vita "Historiae ab initio bellorum civilium". La nuova attribuzione è conseguenza dell’accurato lavoro di lettura della filologa e papirologa Valeria Piano, Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia (DILEF) dell’Università degli Studi di Firenze (si veda: Sull’autore del P.Herc. 1067: una nuova lettura della subscriptio”, AnalPap XXVIII 2016, 273-283), che, a giudizio della studiosa,  apre “nuove prospettive sui suoi contenuti e, soprattutto, consentendo di acquisire un elemento importante in merito alla costituzione della biblioteca di Ercolano  ….. Quel che è certo è che l’eventuale presenza di Seneca Padre tra i rotoli di Ercolano sarebbe pienamente in linea con la rilevanza della retorica nelle tematiche attestate nella parte greca della biblioteca e, soprattutto, si affiancherebbe bene al Carmen de bello Actiaco per la centralità delle vicende storico-politiche che determinarono il passaggio dalla Repubblica all’Impero, confermando in ogni caso quel sentimento di nostalgia tardorepubblicana rilevato tra i volumina e le decorazioni della Villa anche da Felice Costabile”.
miru

Diario Impossibile - Storia di Bernardina Pisa raccontata da se medesima

Di Masaniello si conosce tutto: la sua biografia, le aspirazioni politiche, i suoi desideri, persino i misteri della sua morte sono continuamente indagati e raccontati, sempre in bilico tra realtà e leggenda. Invece, a chi ha condiviso l'avventura rivoluzionaria, è riservato uno spazio assai ridotto, una manciata di informazioni, una collezione di aneddoti che scivolano nell'ombra del tempo.
Eppure, è difficile resistere alla tentazione di "provarsi storie come abiti" (Max Frish), di indossare esistenze del passato, di conoscerle più da vicino, accostandosi, se solo fosse possibile, al lato nascosto di quanti attraversano obliquamente la Storia. Di qui l'idea di una piccola sfida. Seguire la storia di Bernardina, la sua giovanissima moglie, (immaginare di) sentire le sue parole, (immaginare di) conoscere la sua versione dei fatti, (desiderare di) trascorrere insieme a lei quei giorni.
Aveva appena sedici anni quando sposò Masaniello: lei era bellissima e lui pazzamente innamorato di lei. C'è chi sostiene che la rivolta sia incominciata proprio in seguito all'arresto di Bernardina. Lei gli fu sempre accanto, e quando dopo la morte del marito rimase sola, cambiò casa e vita. Senza smettere mai di amarlo.
E' questo un diario impossibile. Un diario che Bernardina non ha mai scritto, ma che racconta avvenimenti realmente accaduti, un diario dunque "inventato dal vero". A volte ci sono date indicate con precisione, e altre che sfuggono alle maglie cronologiche, come certi giorni che si perdono nell'accumulo indifferenziato delle nostre esperienze. La lingua di Bernardina è un impasto di italiano e dialetto, ricavato dalle narrazioni e dalle scritture del Seicento. Con una sola licenza cronologica: le parole della canzone di Sergio Bruni, Amaro è o bbene (1980).
                                                                                                                                                                                                     Marilena Lucente

OMAGGIO a BITONTO in un CD

La Tradizione è un insieme di valori, di esperienze, usi e costumi, modi di vita ed espressioni verbali, quotidianità, credo religioso, che i nostri padri ci hanno tramandato e che noi abbiamo l'obbligo di trasmettere ai nostri figli, possibilmente arricchiti delle nostre esperienze: chi semina e chi raccoglie; ma chi raccoglie deve a sua volta seminare.
La Tradizione così rappresentata, a differenza di di quanto espresso nei "Sepolcri" da Ugo Foscolo, che attribuiva il privilegio della eternità solo all'''urne dei forti", è per la gente comune, per chi non è santo, eroe, luminare della scienza, artista, guerriero, una garanzia, una sorta di assicurazione per l'eternità; fatta salva ogni fede religiosa. In ciascuno di noi sopravvive qualcosa dei nostri padri e qualcosa di noi vivrà nei nostri figli; una sorta di" solera" spagnola (siamo nel campo dei distillati) su un piano spirituale. Veicolo naturale di quanto è la Memoria.
Tutto questo Bitonto è per me; tale premessa giustifica il titolo dato a questo CD, in quanto i brani registrati sono intimamente connessi alla realtà e a personaggi bitontini e con i quali ho condiviso speciali rapporti di amicizia.
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