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Architrave
Giovanni Battista Stella, il poeta vescovo
(1561-1621)

Giovanni Battista Stella, romano, fratello del più noto poeta ed umanista Giulio Cesare autore della Columbeidos libri duo, fu giurista di grande valore presso la Signatura di grazia e giustizia  della corte Pontificia di Clemente VIII e Paolo V; protonotario apostolico, fu nunzio pontificio a Modena tra il  1600 e il 1605, e vescovo di Bitonto dal settembre del 1619 al dicembre del 1621; fu soprattutto un poeta in lingua latina di grande levatura quantunque la sua opera si sia nel corso del tempo dispersa. Nel saggio di Michele Ruggiero (in Studi Bitontini n. 101-102/2016) che qui si segnala, si riporta  l’indirizzo di saluto dal vescovo Stella rivolto ai Bitontini tratto da: In suam ad episcopatum Bitunti consecrationem elegia del 1620, congiuntamente al breve profilo tracciato dal fratello nel componimento: In Sanctum Philippum Nerium Florentinum Congregationis Oratorij Fundatorem … CARMEN del 1623.
Sull'argomento, in preparazione la monografia: L'elegia del vincastro e della mitra.
Via Appia (part.)
Auspici per il lungo viaggio

… Ma quanto era stato difficile determinarsi al viaggio. Bitonto, la città la cui Chiesa dovrà accogliere Giovanni Battista Stella quale vescovo e pastore (1619-1621),  siede lontana da Roma, nella terra dei Peuceti, in prossimità di quel ‘pescoso’ mare Adriatico che tanti uomini hanno solcato, illustri e sconosciuti, soldati e marinai,  filosofi e letterati,  religiosi e scomunicati, santi e demoni, papi e imperatori; crogiolo di culture e luogo di integrazione, l’azzurro marino di Puglia ha costituito nei secoli l’ideale ponte verso la civiltà dell’Ellade e l’Oriente,  da cui sono emigrati i Greci della diaspora, attrezzati coloni  e missionari delle Muse; e verso cui si sono diretti gli indigeni italici in cerca di conoscenza, spiritualità e intelligenza.
Chissà quante volte è tornato il nostro vescovo, confuso per il nuovo onore e dubbioso per la remota destinazione, a rileggere quel toponimo - Butontum -  più volte individuato  e rivisto sulle carte geografiche che accendevano la fantasia di Papa Gregorio XIII nelle sue passeggiate per l’ampia  Galleria delle carte geografiche, e che egli stesso aveva celebrato nella Descriptio ambulationis gregorianae Io. Baptistae Stellae episcopi Bituntini instauratae a S.D.N. Vrbano VIII ; e a prefigursi i tanti disagi che la lunga via del rischioso attraversamento  della dorsale appenninica gli avrebbe riservato, e a interrogarsi sul percorso da seguire; sulla durata  del viaggio dalla costa tirrenica da lì dove questa tocca la città  dei papi, a quella adriatica nel punto in cui le verdi frasche  degli ulivi per ampie distese coltivati da incolti cafoni, adornano i pietosi altari della popolare devozione

At quis oliviferis ubi panditur Appula campis;
Quale paese dove la Puglia si spiega in distese di ulivi …

E poi ancora, altri dubbi, sul mezzo di trasporto, sulle stazioni di posta dove fermare il carro, pernottare, ristorarsi e rifocillare i cavalli; su come affrontare le incertezze  metereologiche del pieno inverno… E, infine,  i briganti  che infestavano la via e assaltavano e rapinavano le diligenze….
Vos vero, mihi iam proprij concedite Divi
Ut superem incolumis taedia longa viae,

Quamvis perturbet verso velut ordine menses
Intempestivis horridus annus aquis.

  E poi concedetemi, voi Santi protettori,
che io vinca i disagi del lungo cammino  restando in piena salute;
possano i rigori della stagione invernale non alterare
l’ordinario succedersi climatico dei mesi con impreviste precipitazioni.

Gli sarà forse parso di rivivere i tempi andati quando quotidiana era la frequentazione dei classici autori, e la giovanile memoria, come ora,  correva dietro le fantasie accese dal quinto sermone oraziano, il diario dell’esperienza odeporica dell’antico poeta latino che da Roma si portava a Brindisi attraverso la via consolare Appia, deviando a Benevento  su un più mesto percorso che prende il nome di ‘via Appia-Traiana’; oppure si sarà immaginato pellegrino  di fede in ideale compagnia di quanti, sostenuti da nodosi bastoni ma anche forti di leggere armature,  nel Medioevo, si mettevano in cammino per la Terra Santa attraverso terre insecure, che la consolare timidamente tagliava; e poi sostavano anche durevolmente all’ombra di quel campanile che accecava per i chiari riflessi della pietra, e nelle relationes ad limina dai vescovi  con emotiva partecipazione era descritto. Orsù

Solis equi properate viam, quaeque obstat eunti
Aspera se celeri vere remittat hyems!

Cavalli alati del Sole accelerate la marcia,
e il tempo cattivo invernale che impedisce il cammino al pellegrino,
ceda veloce il passo alla primavera!

L'antica strada consolare resta anche per Stella l’unica via possibile da percorrere perché sia raggiunta la sede vescovile; egli si segna nella memoria, con dolcezza  mista a tenerezza, i toponimi che la poesia ha eternato nella memoria e nel cuore degli uomini, e che ora dovranno scandire, quali tappe di avvicinamento, un itinerario che ha per meta finale il raggiungimento di  una comunità che già sente viva e pulsante nel suo cuore di pastore. …   Canusium (Canosa di Puglia), Rubi (Ruvo di Puglia),  Barium (Bari),  Egnatia…; ma gli occhi della mente sono volti soprattutto a Botuntum non citata ma sicuramente toccata dal Venusino,  che alta vola nella storia con la maestà della sua cattedrale e l’operosità dei suoi abitanti, l’intelligenza dei suoi uomini di lettere e di legge, e la destrezza dei suoi militi in arme.
Dives opum , clara ingenijs, foecunda virorum
Bello, et pace ingens nec pietate minor.

Bitonto,  città ricca di risorse, famosa per intelligenze,
generatrice di forti eroi in guerra,
grande nell’aspirazione di pace e non meno generosa nella pietà.

Oh se i tanti Santi in essa venerati potessero proteggerlo dai mali e guarirlo dalla malattia che lo attarda nelle sue attività; e il tempo assecondare il lungo viaggio con belle serene giornate di sole primaverile!
Adsitis, dubiumque viae insuetumque laboris
Dirigite, et tanti muneris este duces.

Guidatemi per l’incerta via e nell’inconsueta fatica,
e siatemi custodi di tanto dono.

Il cielo d’aprile sembra  promettere bene, e la malattia recedere, si può partire… perché la miracolosa Virgo Salus Romanorum non farà mancare la sua assistenza, o questo è l’auspicio, perchè sotto il suo amorevole sguardo protettore era divenuto vescovo cattolico di Bitonto città votata a Maria.


Da:Michele Ruggiero, L'Elegia del vincastro e della mitra (titolo provvisorio) in preparazione.

Ricordate Spartaco?! Lo schiavo tracio, icona dei nostri trascorsi sogni e delle giovanili fantasie, secondo Marx “il figlio più nobile di tutta la storia antica, un genuino rappresentante dell'antico proletariato”; per noi  il Che Guevara dei tempi andati che organizzava contro lo Stato romano la ribellione degli schiavi (73-71 a. C.),  per realizzare la Città del Sole fatta di uomini liberi e tra loro solidali. A tanto aveva contribuito il cinema: come non ricordare Spartacus  del 1960, diretto da Stanley Kubrick, con Kirk Douglas e Laurence Olivier, la cui narrazione emoziona con la rappresentazione finale degli sconfitti crocifissi lungo la via Appia, e della morte dello stesso eroe, anche lui posto sulla croce nei pressi di Roma, e colto tra gli spasimi del martirio ma illuminato dalla speranza di migliore avvenire. E ancora,  Spartaco ­ Il gladiatore della Tracia, del 1953, diretto dal regista Riccardo Freda, con Massimo Girotti e Ludmilla Tcherina. Di contro, una scuola tutta proiettata a ridimensionare la figura e gli eventi a quella figura connessi, e a considerarli un incidente di poca significatività nel processo ricostruttivo del mito imperiale di Roma, città a tutti superiore per intelligenza creativa e pragmatismo di governo.
Ma poi, nelle aule universitarie, ci sorprese l’afflato religioso che quegli eventi caratterizzava, e che altro sottintendeva; l’intraprendenza militare degli schiavi di origine orientale guidati da Spartaco,  folciva la compagna del capo, donna introdotta nei misteri dionisiaci e per questo ricettrice di speciali rivelazioni divine! Il misticismo religioso era l’ancora cui aggrapparsi per non perdersi nella disperazione sociale, e per vagheggiare un ritorno in Oriente, in un riorganizzato Stato di tipo messianico.
Ma oggi apprendiamo che “gli storici marxisti e i registi americani, praticamente le uniche due categorie che abbiano mostrato interesse per la guerra di Spartaco, hanno restituito un’immagine completamente falsata di questo trascinatore di uomini e degli schiavi che presero parte alla sua rivolta. La vulgata diffusa da costoro ha dato luogo a numerosi errori …. Gli storici, che pretendono di conoscere i fatti, devono costruire le proprie argomentazioni sui testi, e non sulle illusioni”.
Grato a Yann Le Bohec, che con il suo “Spartaco, signore della guerra” Carocci Roma 2018, ci riporta ad un nuovo ripensamento, ma dubitiamo fortemente del suo assioma: “nessuno di loro pensò mai all'abolizione della schiavitù. D 'altronde, anche ai giorni nostri, i migliori difensori della schiavitù sono proprio coloro che la subiscono. Ciò era tanto evidente che gli autori antichi non menzionano mai un simile progetto; anzi, si spingono anche oltre, descrivendo la vita e, a volte, la morte dei "buoni schiavi" sacrificatisi per il padrone. Questi scrittori dimostrano chiaramente che l'obiettivo di Spartaco e suoi non era quello che gli è stato attribuito; ma sarebbe stato necessario leggerli”.
Che gli schiavi siano i migliori difensori della schiavitù, lo lasciamo credere all’autore del libro in questione; dell’eroismo di alcuni schiavi non c’è da dubitare, ieri come oggi in questa schiavitù di ritorno nel mondo occidentale; contestiamo l’accusa assai superficiale rivolta ad intellettuali di grandissimo valore, di mancata lettura degli antichi autori che hanno trattato l’argomento.
In verità occorre ancora riflettere sul ruolo e sulla appartenenza degli intellettuali nella società di ieri e di oggi, ed accorgersi che nell’istanze religiose di ieri e di oggi si riversano spesso aspettative di gruppi sociali che non potrebbero altrimenti emergere. Si pensi per un istante alla odierna predicazione e al ruolo di Papa Francesco.
Michele Ruggiero

un libro, una testimonianza
A. Siragusa, I Caduti bitontini della Grande Guerra. Un’indagine di censimento nel centenario del loro sacrificio, EdA, 2018.

Una testimonianza di memoria. San Floriano del Collio (Gorizia) è stata una cittadina completamente distrutta dagli eventi bellici della Prima guerra mondiale;  a non più di 200 metri dal suo piccolo Cimitero,  a fatica si manteneva una isolata baracca messa su, tempo prima, dal Genio militare per l'assistenza ai residenti. Qui, non lontana dai suoi morti, la signora Irene, la vedova del colonnello Airoldi consumava i suoi giorni nella custodia volontaria di quelle desolate tombe, dedicando lacrime e fiori campestri a quei soldati caduti in battaglia, ridotti a brandelli e spazzati via dalla vita dalla furia autodistruttiva dell’uomo. Le tracce delle guerra erano ovunque, soprattutto in quel cimitero in cui “li potete vedere quasi tutti. Mio marito è sempre il comandante. Ora però sorride. Dev’essergli costato condurre alla morte dei ragazzi come questi, lui così mite e pacifico”.
La testimonianza è tratta da La Pieve sull’argine di don Primo Mazzolari, lì in pellegrinaggio a piangere sulla tomba del fratello Peppino, “su cui la primavera, nella gloria chiara del mattino, distendeva sonoramente l’inno giocondo della vita”.
Custodire la memoria. Il ricordo commosso di una sì cara lettura viene a proposito,  nel mentre sfoglio le pagine del libro di Arcangelo Siragusa. Nel centenario dell’anniversario della grande guerra, un nipote che ha custodito nei suoi anni con affetto il tramandatogli ricordo del nonno Arcangelo,  si propone di  mantenere ancora viva presso i suoi familiari e presso i suoi concittadini l’immagine veneranda del suo eroico parente nei suoi giovanili anni caduto nelle melmose trincee del Monte Grappa il 10 agosto 1918;  e ridestare la sacra memoria dei tanti bitontini che si sono offerti, non in volontario olocausto, sull’altare prealpino “saziato e ingrassato di vittime”. Uomini ridotti a matricola incisa su piastre metalliche, perché  chiamati da una pubblicistica ideologizzata e da una politica cieca ed irresponsabile, mistificante nella visionarietà di una Italia  con migliori destini  da grande potenza,  ad una improvvisata velleitaria avventura militare che non poteva non  concludersi se non  in modo  disastroso e funesto;  posti  senza un convincente perché in umide dissolute trincee, da quella terra sfinita e consunta tanti militari non sono più ritornati vivi, altri sono rientrati gravemente feriti, malati ed invalidi alla quotidianità; pochi i reduci, ma squassati nell’anima, tutti “spesi” per l’orgoglio nazionale. L’autore del libro pare invocarli tutti gli eroi di ieri con lunga e simbolica implorante litania,  nel proprio nome e cognome, perché la loro memoria  non sia per sempre sotterrata e dispersa al pari dei loro resti mortali.  
Scorrono i nomi nel lungo elenco dei martiri bitontini, che conta 413 vite spezzate tra il 1915 e il 1918 in lontanissime montane contrade al tempo ai più sconosciute, per un odio ad arte sollevato senza umana giustificazione,  da un ristretto pensiero che si fa follia e diviene omicida. Le liste si alternano alle schede dei singoli, le fotografie dei m
onumenti e dei templi votivi locali  si mescolano alle immagini dirette di scene violente consumate sui campi di battaglia. Libro schietto ed accurato per documentazione, impreziosito da un raccontare pieno di sentimento.
Come ricordare. Non è certo il libro, l’esito della scientifica applicazione  di un freddo ricercatore che si impolvera le mani tra consunte carte e oscuri documenti, ma il commosso ricordare di un  vivo e fedele  custode del parente e della civica famiglia, che tocca con silente emozione le tracce di una vita che in lui continua a pulsare, a suo conforto.
Mi colpisce a pag. 24 il sobrio ricordo del minorita Carelli Francesco Paolo, caduto per le ferite riportate in combattimento  il 25 giugno del 1917 con 28.000 giovanissimi soldati italiani e 8.000 austroungarici,  sul monte Ortigara:  nella pubblicistica quell’altura è ricordata quale luogo di grave sofferenza e calvario degli alpini allo sbando e sorpresi dai gas asfissianti nemici sulla via della fuga.  “Innumerevoli cadaveri rimasero a penzolare attaccati ai reticolati senza che nessuno potesse rimuoverli …. Cadorna accollò nuovamente l’ennesimo fallimento all’inettitudine dei propri soldati, alla loro vigliaccheria e alla mancanza di fede nel successo finale” (P. Gattari, L’ultima settimana di maggio, Roma 2014, p. 235). Cornuti e mazziati, si dice dalle nostre parti.  Riportato nell’Albo d’oro dei militari caduti nella guerra 1915-1918, si apprende che Carelli era nato a Bitonto il 19 gennaio 1889, suo padre Vito;  proveniente dal Distretto militare di Bari, era stato assegnato all’unità sanitaria mobilitata  della 5 Compagnia di sanità con sede a Verona, con competenza sul Veneto e sul Friuli, da semplice soldato; uno dei 15 mila circa  preti soldati  e chierici  impiegati dall’autorità militare per lo più nelle sezioni di sanità o nelle infermerie da campo, in formale  rispetto del loro status religioso.
La Prima guerra mondiale rappresenta, nell’Italia post-unitaria, la prima vera occasione che si offre ai cattolici di rivelare appieno la propria italianità e di rinegoziare il diritto alla rappresentatività politica, dopo il non expedit di Pio IX. La riconciliazione, a detrimento della naturale vocazione alla pace, al tempo variamente invocata e ribadita dalle allocuzioni e dagli interventi  di Papa Benedetto XV, e insita nella prospettiva ecumenica della Chiesa stessa; una compromissione per lo stesso concetto di Dio, invocato da posizioni contrapposti da due popoli sin lì considerati cattolici. Non a caso, scrive Vittorio Pignoloni,  “la guerra lasciò un segno negativo nell’animo di tanti ottimi sacerdoti, profondamente turbati e in crisi di identità e di fede per gli orrori e gli scempi e i danni morali e materiali, ai quali avevano assistito”, molti dei quali vennero poi meno alla vita consacrata.


Michele Ruggiero





Capitello con figura di monaco addentato da ramarri o draghi sui quali l'aquila bicipite domina vittoriosa.

CD musicale classico.
Dal concerto  tenuto Il 28 ottobre 2013  presso  la sala "Glazunova" del Conservatorio di S. Pietroburgo, vengono riportate  nel CD in figura le registrazioni di brani musicali tratti dallo Stabat Mater  di Tommaso Traetta, e componimenti a cappella di Mimmo Danza, nell’esecuzione dell’Orchestra da Camera della Capella GLINKA di S. Pietroburgo e Coro del Conservatorio di Stato Rimskji Kprsakov, direzione di Stanislav Legkov e Fabio Pirola.
Per l'ascolto dell'Ave Maria di Mimmo Danza.



Ritrovato il dipinto di Andrea Mantegna: La Resurrezione di Cristo, nei depositi dell’Accademia Carrara di Bergamo.
Scoperta di grande interesse culturale




Presenza di Seneca il Retore tra i rotoli di Ercolano
Della Basilica di S. Maria Maggiore in Roma

Vuole un’antica leggenda che sul principio di agosto del 358, nel pieno dello sviluppo dell’eresia ariana, al patrizio romano Giovanni e alla di lui moglie da un canto, e a papa Liberio dall’altro,  in un identico sogno, sia apparsa la Vergine Maria; e abbia promesso che assai presto avrebbe  indicato con un prodigio  il luogo da Lei desiderato per l’edificazione, nella città di Roma, del maggior tempio votivo in suo onore; e sempre secondo il tramandato, di lì a qualche ora, il segnale si sia concretizzato in cima all’Esquilino, lì dove la neve scese nel pieno della calura estiva il giorno 5 dello stesso mese, ne imbiancò il colle  e delimitò il perimetro della edificanda chiesa. Il distico di Giovanni Battista Stella efficacemente sintetizza l’evento:
nam quondam super Exquilias, dum sirius ardet,
stricta gelu cecidit velleris instar aqua,
Descripsitque locum templo […] .
(«Un tempo sull’Esquilino, mentre Sirio infuocato ardeva,
cadde sopra la crosta del terreno  la neve,
e indicò così il luogo dove edificare il tempio»).
Si dubita dai più, della realizzazione del tempio così come tramandato dal mito, quantunque non manchino validi sostenitori della tesi ; eppure sull’Esquilino possente e maestosa si eleva ancora oggi  la Basilica di Santa Maria Maggiore le cui vicende hanno ben altra consistenza storica; essa fu per la prima volta edificata per volere di Sisto III nel 431, in coincidenza dell’inizio del Concilio di Efeso  che portò all’affermazione del dogma di Maria, Vergine Madre di Dio (Θεοτόκος o Deipara o Dei genetrix), il 22 giugno 431. Del prodigio della neve estiva rimane traccia nel racconto degli artisti che la Basilica hanno nel tempo arricchito con la creatività dell’arte, nella formella di Stefano Maderno  posta al disopra dell’altare principale della cappella paolina, o negli affreschi del loggiato della Basilica a cura dell’artista Filippo Rusuti , o nel delicato altorilievo di Mino del Reame. Accurati scavi nell’area sottostante il sacro edificio hanno, tuttavia, rivelato tracce di una antica villa romana del secondo o terzo secolo d. C., che il tradito volgare descrive come tempio pagano, in realtà domus privata di qualche aristocratico romano; di qui si origina l’immagine di una flamen, sacra ancella, sacerdotessa e custode del divino fuoco in perpetuo acceso nel tempio di Giunone Lucina, o schiava asservita al focolare domestico nobiliare,  presente nel componimento di Stella; nel processo ideologico di cristianizzazione del luogo, ella si converte da flamine nella “Virgo facta parens”  “de nive”   («la Vergine divenuta Madre di Dio … sotto la specifica della neve»). Giovanni Battista Stella sottolinea nella denominazione del sacro manufatto l’epiteto maggiore:  maius   dicitur, / et maius semper in urbe fuit («maggiore viene denominato, e da sempre in Roma quel tempio fu considerato maggiore»). E infatti la monumentale opera è  una delle quattro basiliche romane papali cosiddette maggiori.
miru
PROFILI BIOGRAFICI

Giovanni Modugno  Pedagogista

Leonardo Cambini   Letterato

Edith Stein filosofa

L'ottava parola - Non rubare


di Vittorio Robiati Bendaud,  

Ci troviamo a commentare un qualcosa che sembra facile, ma non lo è.
Vorrei fare delle brevissime premesse.
Quelli che noi troviamo come i Dieci Comandamenti, vengono giustamente ricordati come le Dieci Parole. L'utilizzo dell'espressione “Dieci Parole” non è un'interpretazione, ma è il testo biblico che parla espressamente di Dieci Parole. Infatti, per quanto in italiano possa sembrare un po' desueto e arcaico, o troppo da linguaggio colto, per indicare i Dieci Comandamenti era sicuramente più corretto il termine Decalogo, ormai purtroppo tralasciato.
Il termine Decalogo deriva dal greco δέκα "dieci" e λόγος "parola". Sappiamo che in greco logos (λόγος) vuol dire parola, ma vuol dire anche discorso. E quindi utilizziamo il greco per pensare oltre che a dieci parole, a dieci discorsi, discorsi programmatici, conversazioni molto serie che Dio propone all'umanità.
E perché insistere sulla questione della parola anziché del comandamento?
Innanzitutto perché linguisticamente ci sarebbe di che parlare. La Torah è molto chiara, ha un linguaggio scarno, chi conosce l'ebraico lo sa, ed è un linguaggio preciso. Per cui se c'è scritto mitzvah, hok e mishpat, (letteralmente precetto, norma, statuto, diritto) si intende qualcosa di molto ben preciso dal punto di vista giuridico e appunto potremmo dire in generale Comandamenti. Ma non è quello di cui parla la Torah parlando dei Dieci Comandamenti, perché dice Asseret Hadivarot, Dieci Parole. E perché dice questo? Perché è chiaro che sono dei discorsi programmatici.
Intendiamoci, se uno pronunzia un comandamento si intende che c'è una volontà superiore in grado di comandare e una volontà più distante, eminentemente passiva, che è tale soltanto se aderisce alla volontà che comanda, oppure se è in uno stato di effrazione rispetto a ciò che è stato comandato; quindi c'è una certa distanza, come due fuochi molto lontani uno dall'altro.
Invece, se parliamo di “Parole”, ebbene è come una parola scambiata, avvicina. È come se Dio cercasse di avvicinarsi con questi discorsi programmatici all'umanità, individuando una serie di categorie, non soltanto morali, non soltanto rituali, non soltanto di norme civili, ma categorie esistenziali che altrimenti si potrebbero andare perdute.

da oggi 17 maggio presso il Museo Archeologico di Bitonto la mostra:
“Pittura e Filosofia: un incanto possibile nelle opere di Nicola Petta”.

L'incanto possibile
Qualsiasi superficie che ospita un'immagine, sia essa una foto o una pittura, implica la questione del rapporto fra soggettività e oggettività. L'intenzione dell'autore deve sempre fare i conti con i limiti spaziali oggettivi posti dalla superficie, che impone delle scelte. Per questo motivo non esiste vera oggettività nemmeno nell'immagine fotografica che si spaccia per mero documento. Tuttavia la superficie monocroma e omogenea, prevalentemente bianca, che di solito funge da supporto al lavoro pittorico, prevede una sicura prevalenza dell'intervento soggettivo sulle limitazioni inevitabili poste dal substrato e soprattutto un'interazione poco dinamica tra soggetto operante e materia manipolata.
La caratteristica saliente dei materiali da me scelti è invece quella di portare a livelli più complessi questa interazione. Le tavole di recupero e l'affresco pongono dei vincoli e al contempo offrono spunti imprevedibili, che una superficie canonica non pone al pittore. Il vissuto di assi di legno lungamente utilizzate come elementi costitutivi di pedane da trasporto, con buchi, squarci, macchie, striature e venature, proprie di un legno povero e poco rifinito, è una fonte inesauribile di suggestioni, ma anche di limitazioni, che l'autore sceglie di cogliere o di trascurare, per quanto sia possibile. L'affresco di piccole dimensioni rappresenta una vera sfida nello spazio e nel tempo, perché non può superare una certa dimensione, altrimenti rischia di spaccarsi, e richiede di essere eseguito nell'arco di pochissime ore, sei o sette, a seconda del clima, finché l'intonaco è fresco e assorbe il pigmento diluito con l'acqua.
Tutte queste caratteristiche del materiale pittorico richiamano la famosa affermazione di Heidegger, emblematica del pensiero esistenzialista, secondo la quale "L'uomo in quanto esserci è un progetto gettato in un orizzonte di possibilità limitate". L'attività pittorica allora si fa metafora dell'esistenza umana e ci ricorda che parte essenziale del vivere è scoprire e cercare di realizzare le potenzialità individuali, nella costante consapevolezza dell'esistenza di nostri limiti invalicabili.
L'altro connotato saliente di queste creazioni è l'esplorazione delle possibilità espressive legate ad un confronto stretto, un entusiasmante cortocircuito, fra l'immagine e la scrittura, sia come puro segno grafico che come depositaria di contenuti specifici. L'una e l'altra sono espressioni umane capaci di evocare sensazioni e pensieri senza soluzione di continuità, in un crogiuolo caleidoscopico nel quale ciascuno di noi può avventurarsi con le sue peculiarità emotive.
Nicola Petta

Michele Ruggiero, Odore di terra. Sentieri tracciati da Giovanni Modugno Primo Mazzolari Grazia Deledda, Presentazione di Antonio Iurilli, Di Marsico Libri, Bari - Modugno, 2015.


Recensione di Nicola Pice al libro: Odore di terra. Sentieri tracciati da Giovanni Modugno, Primo Mazzolari, Grazia Deledda, in STUDI BITONTINI nn. 103-104/2017, qui parzialmente riportata.

Di grande interesse questo libro scritto da Michele Ruggiero, tra i primi fondatori del Centro Ricerche di Storia e Arte-Bitonto, da sempre cultore di studi storico letterari e religiosi, per anni docente di Lettere Italiane e Latine presso il Liceo Classico prima di diventare dirigente scolastico. È un libro che coinvolge il suo lettore anche grazie ad una scrittura limpida e fluente, molto curata nello stile, attenta alle dinamiche esistenziali e relazionali che sviluppa, non senza il ricorso a fascinose citazioni e puntuali notazioni critiche. «L'odore della terra, espressione cara alle tre personalità indicate nel titolo — scrive Antonio Iurilli nella presentazione al volume —, è inteso quale metaforica chiave interpretativa per ripercorrere i sentieri agresti da loro tracciati e per cogliere relazioni valori utopie». L'odore della terra unisce, difatti, in una solidale comunione i tre protagonisti del libro di Ruggiero. Un libro — sia detto da subito, che nasce anche da legami sedimentati nell 'animo dell'autore — perché negli anni Modugno e Mazzolari sono stati oggetto di studio e di approfondimento da parte sua (la tesi di laurea di Ruggiero riguardò la vicenda del prete scomodo), incidendo non poco nel suo itinerario formativo e quindi avvertendo una sorta di naturale attrazione per la poliedricità del loro pensiero, non di meno per lo spazio vitale dagli stessi assegnato alla funzione dell'educare. Una educazione intesa davvero nel senso etimologico di capacità di 'portar fuori', fuori da una vecchia staccionata che impedisce di sapere o potere andare oltre, mentre con essa si acquisisce il coraggio dell'esodo e, dunque, il rifiuto della staticità sonnolenta. Di qui l'indagine attenta svolta da Ruggiero mirata a cogliere quell'odore di terra, il cui profumo monda i loro scritti, specie quelli dedicati agli ultimi, ai poveri cristi, che li ha resi profeti di nuovi tempi con l'indice puntato sul bisogno dello sguardo e dell'azione rivolti alla periferia, Modugno ai braccianti di Puglia, Mazzolari ai parrocchiani contadini di Cicognara, la cui eco si coglie anche nella affabulazione letteraria di Deledda. Dalle pagine di Ruggiero ben emerge, a cominciare dai profili biografici tracciati, la imponenza statuaria di questi testimoni del nostro tempo e critici formatori di coscienze. Giovanni Modugno fu uomo mosso da un'ansia di verità e dal coraggio di esprimerla, oltre che un sostenitore convinto dell'educazione mirante alla costruzione della persona e della società. Fu soprattutto un uomo tutto proiettato nella difesa della dignità umana, prima con una energica azione di tutela dei contadini, lottando perché uscissero dalla situazione di miseria e di subalternità in cui versavano; poi, con la ricerca di una giustizia sociale attraverso democrazla la cui idea forza' è la promozione di tutti i membri di una collettività, che si attua, peraltro, attraverso la concezione di una politica quale mezzo di educazione morale del popolo, una politica autenticamente riformatrice che, nella visione del nostro, non può prescindere dall'umanesimo cristiano, L'ardore intellettuale, la grandezza socratica, il rifiuto di ogni compromesso con il fascismo imperante, la sicura delineazione di un metodo e di una didattica dell' educazione emergono un po' diffusamente nelle sue opere. Solo nel cristianesimo, sinceramente e concretamente vissuto, è per Modugno la salvezza dalla crisi spirituale del proprio tempo. Il futuro è nelle radici cristiane, A Gaetano Salvemini, che aveva sostenuto come candidato nel Collegio di Bitonto nel 1913 perché difendesse in parlamento i cafoni del Sud, e del quale ammirava in modo speciale l'ardore con cui pronunciava gli ideali della libertà, della giustizia e della pace, il metodo salutare dello studio coscienzioso e serio dei problemi concreti, l'assoluto disinteresse («che era ed è straordinariamente raro tra gli uomini politici»), con finezza e fermezza, Modugno espresse la sua convinzione che gli ideali di libertà, di giustizia e di pace, e una compiuta educazione non sono attuabili senza una concezione cristiana e coerentemente vissuta. «Non basta — scrisse tra l'altro — accettare e insegnare i principi morali e religiosi del cristianesimo cattolico: occorre anche, e soprattutto, attuarli e insegnare ad attuarli coerentemente in tutte le manifestazioni della vita [...] quando io dico che il 'cristianesimo cattolico, mentre deve saper dire a tutti una parola buona in difesa della giustizia sociale, deve tra i ricchi e i poveri, tra i forti e i deboli, tra i prepotenti e gli essere coi poveri, coi deboli, cogli oppressi per aiutarli a rivendicare i loro diritti per derli contro il pericolo di diventare a loro volta ingiusti e prepotenti"».
  È dunque nelle radici cristiane che il nostro Modugno vede il futuro, perché si possa sere operatori di pace, perché si sappia condividere l' esperienza dolorosa della gente, non si disdegni la prossimità, perché si sappia vivere la politica come servizio e come di sé e della propria umanità, perché si sappia guardare alla città dell 'uomo in una logica solidarietà attiva parametrata sul concetto di benessere solidale, perché si sappia vivere cristiani ed essere capaci dl farsi testimonianza. Una testimonianza di vita cristiana, quella di Giovanni Modugno, tutta proiettata nel continuo schierarsi dalla parte dei deboli e  degli ultimi: saranno stati i contadini della Sua città, sarà stato il suo impegno civile e politico che, da un lato, portava ad accordare un alto valore ai doveri della vita quotidiana, dall'altro a porre attenzione alla difficile quotidianità della povera gente avendo di mira la costruzione di una nuova democrazia e una educazione morale capace di determinare una crescita e culturale. Un guardare, illuminato dalla parola del Vangelo, ma anche — come dimostra Ruggiero — dall 'eco diretta e indiretta che gli veniva dall'impegno di un altro grande del suo tempo, da don Primo Mazzolari, un vero sacerdote carismatico e profetico, capace di vegliare in modo solerte e carico di sollecitudine nella notte della democrazia. Don Mazzolari è stato una delle voci più alte del cattolicesimo del secolo scorso, oppositore intransigente del fascismo, precursore del dialogo con i non credenti, ispiratore dell'impegno politico dei cattolici nella Resistenza e nella democrazia italiana, anticipatore dei grandi temi del Concilio, tra gli altri, sulla 'chiesa dei poveri' e l'uso della lingua del popolo nella liturgia. Sacerdote e antifascista, Mazzolari seppe — come oggi dice Papa Francesco — sporcarsi le mani e porsi dalla parte degli ultimi, oltremodo convinto che i destini del mondo si maturano in periferia'.  «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro» dirà di lui papa Paolo VI. Si diceva convinto che Cristo era venuto per tutti, sia per coloro credono sia per coloro che dicono di non credere, e che Egli era nato fuori dalla casa e morto fuori della città «per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d'incontro». Facendosi uomo, Cristo non aveva scelto la strada dritta, né quella che arriva prima: Egli aveva preso «la strada che arriva secondo il passo dell 'uomo». E in vista della pace sociale e tra le nazioni, Mazzolari chiudeva il Suo lucido carme Tu non uccidere con un appassionato appello alla ragione e alla fede: «Di fronte alla criminale resistenza di molti benpensanti, non è facile persuadere la povera gente che la giustizia possa arrivare senza violenza. Se vogliamo ristabilire la fiducia degli oppressi e dei diseredati nella pace cristiana, dobbiamo, prima che sia troppo tardi, dimostrare che non è necessario far saltare con la dinamite la corteccia degli egoismi, i quali impediscono ai poveri di vivere e di far valere democraticamente i loro diritti. La pace non sarà mai sicura e tranquilla fino a quando i poveri, per fare un passo in difesa del loro pane e della loro dignità, saranno lasciati nella diabolica tentazione di dover rigare di sangue la loro strada. Senza giustizia non c'è pace. Frutto della giustizia è la pace: "Opus justitiae pax».

GIAN ENRICO MANZONI
IL TERREMOTO NELLA MENTE DEGLI ANTICHI*

Anche Seneca era, come noi in questi giorni, turbato dalle notizie del terremoto: nel suo caso si trattava del sisma che il 5 febbraio del 62 d.C. aveva distrutto quasi completamente la città di Pompei. Prima della notissima rovina del 79 d.C., dovuta all’eruzione del Vesuvio, Pompei era già stata duramente colpita a questo terremoto, di cui Seneca ci parla nelle Naturales Quaestiones, cioè nelle Ricerche naturali: la città sepolta dall’eruzione del vulcano era perciò una città in ricostruzione, in parte ultimata, in parte ancora in corso. Seneca si era occupato di terremoti già in un’operetta giovanile, che non ci è pervenuta: il suointeresse in questo campo non ci deve stupire, perché la riflessione naturalistica, botanica, zoologica, astronomica era considerata pertinente all’ambito filosofico. La fisica infatti, cioè (etimologicamente) lo studio della natura, era una delle tre parti canoniche in cui si articolava la filosofia antica. Nei sette libri dedicati dal filosofo spagnolo alle Ricerche naturali, il sesto è interamente riservato ai terremoti: scritto a partire dall’anno 62, esso si apre proprio con la notizia della recentissima rovina di Pompei. La trattazione è divisa in due parti: l’attualità innanzitutto, cioè gli avvenimenti campani, poi la ricerca delle cause del fenomeno, e infine la ricaduta sugli uomini, quelli coinvolti nella catastrofe, ma anche quelli che non lo erano stati. Dopo le notizie sulle vittime umane e sugli edifici colpiti, non solo a Pompei ma anche a Ercolano, a Nocera e a Napoli, Seneca promette di cercare parole di conforto per gli uomini atterriti: la meditazione viene avviata, col tentativo di immedesimarsi negli uomini smarriti per la paura, che assistono allo scricchiolio degli edifici, che provano le fughe a precipizio, che osservano lo sfacelo generale. Ma presto il desiderio del filosofo di indagare razionalmente il fenomeno prende il sopravvento e la consolazione è rinviata al finale del libro. La seconda parte, cioè la rassegna delle teorie sulle cause del terremoto, è la parte più debole, più datata dell'opera: qui misuriamo i limiti delle conoscenze antiche sul fenomeno e la bizzarria delle ipotesi collegate. Seneca cita filosofi svariati, per lo più greci, che si sono azzardati a individuare le origini del sisma, ora nell'acqua, ora nella terra o nell'aria o nel fuoco: cioè in tutti i quattro elementi primi, costituenti, secondo le teorie antiche, l’universo. Poco ci importa sapere se Talete incolpava l’acqua, Anassagora il fuoco, Anassimene invece la terra, mentre Aristotele, Teofrasto e molti altri (tra i quali si colloca Seneca stesso) pensavano all’aria. È il movimento proprio dell’aria a infilarsi tra le abitazioni e a farle crollare, pensano costoro, ma vengono smentiti da altri come Democrito, che ipotizzano il concorso di tutti i quattro elementi. La terza parte del libro, ovvero la ricerca di una spiegazione valida per l’uomo, è di natura più filosofica nel senso moderno del termine. Seneca la propone come forma di consolazione per tutti, anche se alla mentalità contemporanea essa risulta poco efficace. La sua spiegazione è di natura stoica, e parte dalla constatazione della debolezza umana, a cui basta anche un banale incidente, come un soffocamento durante un pasto o una febbre persistente a far sopraggiungere la morte. Se volete essere liberi dai timori, dice Seneca ai contemporanei, pensate che tutto è da temere: i nostri corpi sono deboli, fragili, caduchi, annientabili senza un grande sforzo da parte della natura. La spiegazione di Seneca non è di natura fisica, perché non ha gli strumenti per darla, né in chiave provvidenziale, almeno nel senso di una prospettiva ultraterrena: è invece un’occasione per ribadire la sua visione filosofica della vita, che comprende la necessità del dolore e della morte. Egli ha promesso di scrivere parole di conforto per gli uomini spaventati e lo fa in questa prospettiva: la coerenza del suo pensiero è assicurata ed esce, anzi, ribadita dal messaggio che lancia. Ma gli uomini comuni,impossibilitati a conoscere, o incapaci di accettare la spiegazione stoica della catastrofe, quale udienza avranno accordato alle sue nobili ragioni?

* Giornale di Brescia, 9.12.2004.



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